Doors

Fuori dai bordi

Photo by @nat.klimenko

La prima l’ho aperta senza nemmeno pensarci: una porta vecchia, tutta rovinata agli angoli. Sembrava sul punto di sgretolarsi da un momento all’altro. L’ho spinta lentamente e sono entrato. La stanza era luminosa, le pareti verdi e azzurre, il soffitto altissimo a vetri. Era bella come un giardino, ma non mi convinceva del tutto. Sono uscito veloce, lasciando la porta aperta alle mie spalle.

Sono andato avanti lungo il corridoio e ho aperto la seconda, anche questa senza fretta. Ho girato intorno alla stanza: tra quelle pareti color fuoco, pareva di essere nel cratere di un vulcano. Bella; ma di nuovo non mi convinceva. Troppa energia, il rosso e l’arancio non mi sono mai piaciuti.

E così è stato per la terza, la quarta, la quinta, la decima; andavo avanti una per volta, trovando sempre un dettaglio sbagliato che mi faceva abbandonare la stanza.

Eccomi di fronte alla trentaduesima. Ormai le porte le sfondo con forza, per paura che non si aprano. Spero sia la volta buona, ma come sempre è peggio delle precedenti: quattro pareti strette, uno spazio vuoto e senza luce.

Potrei tornare indietro alla prima stanza, a quel giardino meraviglioso, ma se la trentatreesima fosse quella giusta?

Cammino oltre, e per chissà quante altre porte. 

 

[Questa storia è stata pubblicata per la prima volta su BasiclyMag]

Il negozio di Aarav

Fuori dai bordi

Pushkar, India

Aarav me li indica veloce. Io mi avvicino da dietro, senza fare rumore. Lei ha i capelli biondissimi e lui uno strano cappello colorato che riconoscerei fra mille. È la sesta coppia di turisti della giornata.

Li raggiungo e mi metto a camminare al loro fianco.

«Hello! Where are you from?»

«Italy» risponde lei. Lui continua a camminare come se non esistessi.

Dico tutte le frasi in italiano che Aarav mi ha insegnato: «Roma, Milano, siete sposati, quanto tempo in India.» Capisco poco niente delle loro risposte ma sorrido e annuisco.

«Loro vogliono vedere i bambini sorridere» mi dice Aarav, e io sorrido sempre. Di solito funziona.

«Poi venite al negozio di mio fratello, business di famiglia, tappeti fatti a mano. Tessuti preziosi.» Adesso la guardo dritto negli occhi. Lui vorrebbe mandarmi via con un calcio, lo sento, ma non dice nulla. Lei non sa che fare.

«Sì, vediamo.» Rispondono tutti così. Poi pagano il biglietto e spariscono dentro il tempio. Io li aspetto qui fuori all’ombra, vicino agli autisti di risciò.

Eccoli di ritorno. Speravano di non ritrovarmi al varco, e invece sono qui. «Aspettali sempre, non sapranno dire di no due volte”. Chiedo se il tempio è piaciuto, lei risponde che sì, è stato bello. Poi li porto dritti al negozio di Aarav.

«Questo mio fratello, Aarav.»

Ora devo farmi da parte, lasciare che sia Aarav a parlare. Come sempre gli fa vedere i tappetti più grandi, poi passa a quelli più piccoli, fino ad arrivare a quelli quadrati che piegati occupano “quanto una bottiglia d’acqua”. Lui resta tutto il tempo in un angolo, nascosto sotto il suo cappellino. Lei annuisce, i capelli biondissimi si muovono da tutte le parti: forse come me non sta capendo nulla di quel che dice Aarav. Ogni tanto mi guarda e allora io le sorrido. Devo sorridere, sempre. Alla fine lo compra per 600 rupie, mi saluta ed escono dal negozio. Da lontano sembra proprio che stia stringendo una bottiglia colorata tra le mani.

Aarav mi dà 100 rupie e mi manda via. Per oggi ho finito.

Corro al mercato. Compro riso, pollo e laccha parata, tutto per 60 rupie. Abbiamo da mangiare anche stasera. Arrivo da mio fratello Ravi con il fiatone. È lì che mi aspetta seduto vicino alla nostra bicicletta. Mi vede e sorride: possiamo finalmente mangiare.

Silenzio a Shirvanshah

Fuori dai bordi

Palazzo degli Shirvanshah, Baku

Tempo fa era tutto più semplice: il palazzo degli Shirvanshah era spesso vuoto e poco importava se restava qualche foglia o carta fuori posto. Ora i turisti arrivano mattina e pomeriggio, invadono le mura, zompano da un punto all’altro come cavallette. Non smettono mai di parlare in tutte quelle lingue che non conosco. Ci provano pure a farmi delle domande, ma non so proprio come rispondere. Le loro voci stancano più del lavoro. Spesso sono pure nei piedi, con quella loro mania di fare fotografie.

Meno male che questo cortile è un po’ nascosto. Si passa per una scalinata stretta che non si nota facilmente. A quest’ora il sole è troppo forte per loro. Posso sedermi su questa panchina, guardare la fontana, prendere fiato e ombra.
Quando sento una voce, mi alzo, giro le spalle e mi faccio più stretta che posso. Appena vanno via torno a sedermi. Torna il silenzio.

L’incontro mancato a Kartlis Deda

Fuori dai bordi

Kartlis Deda, Tbilisi

Ho perso il filo di nuovo. Sarà dieci minuti che mi ritrovo a leggere la stessa identica frase. È che non posso crederci che non si sia accorto di me, che non mi abbia riconosciuta. Si è seduto al mio fianco come se niente fosse. E adesso se ne sta lì con il cellulare in mano, manco ha alzato lo sguardo una volta. Forse davvero non mi ha vista. Ma il panorama che ha davanti – quello non può non averlo notato. Perché sei venuto fin quassù se poi hai solo occhi per il tuo telefono?
O forse mi ha visto, e sta nascondendo la testa nello schermo per l’imbarazzo. Proprio come io la nascondo nelle pagine di questo libro. A proposito, dov’è che ero rimasta?