Sui tetti di Bikaner

Fuori dai bordi

Bikaner, India

Incontriamoci sui tetti.
Le case sono rosse, rosa, lillà: sembra un campo di fiori. Ti dimenticherai di essere in città. Possiamo giocare a quello che vuoi, sai? Prendi la palla, ma non piangere se poi cade. Possiamo anche ballare, basta che stai attento a non avvicinarti troppo ai bordi.

Possiamo essere chi vogliamo qui sopra. Più leggeri del vento.

Incontriamoci sui tetti, ti prego.

Two Girls in Matching Bathing Suits, Coney Island, N.Y., 1967 | Diane Arbus

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Two Girls in Matching Bathing Suits, Coney Island, N.Y., 1967 | ©Diane Arbus

Era il 14 agosto del 1967. Sono passati cinquant’anni e ancora me lo ricordo il caldo che faceva. Il costume che indossavo era nero con qualche riga bianca. Attirava l’afa di tutta la giornata, per poi spalmarla sul mio corpo come burro.

Avevo dimenticato della tua presenza. Devo aver cercato di cancellarti, come sempre.

Questa foto mi ricorda che ho fallito. Tu c’eri. Non so cosa ci facevi al mio fianco. Dio, lo vedi come mi stai appiccicata – come se non ci fosse stato già abbastanza caldo, quel pomeriggio! Se io non avessi nascosto il braccio, probabilmente avresti cercato di stringermi la mano.

C’era proprio bisogno di metterti quel costume identico al mio? Non ti sta neppure bene, sai.

Tutti quei capelli in disordine – potevi almeno pettinarti. Imparerai mai a farlo?

Smettila di seguirmi. Per favore, vai via. Non mi va di vederti così. Non mi va di vederti proprio. Mi lasci sola un attimo? Perché ci sei sempre?

Ehi? Dove sei ora? Perché non mi rispondi?

Tokyo, 1998 | Philip-Lorca diCorcia

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Tokyo, 1998 | ©Philip-Lorca diCorcia

Sono sette anni. Sette anni che passo di qui ogni giorno, esclusi il sabato e la domenica. Passo due volte al giorno, la mattina presto e la sera tardi. Ho attraversato questo angolo di città con la pioggia, con il sole, con la nebbia.

Cambia? È cambiato?

Non mi importa. Io devo andare sempre e solo oltre – con la pioggia, con il sole, con la nebbia.

Si cammina veloci, un piede dopo l’altro. Sinistra, destra, quasi scivolando come un treno sui binari. Senza inciampare e senza fermarsi.

Ecco che la città si svuota. Restiamo soli io e il niente. Con la pioggia, con il sole, con la nebbia.

Due volte al giorno, cinque giorni su sette, per sette anni.

Ci scommetto che nessuno, neppure tu, riesci a vedermi, nonostante la mia maglietta rosso fragola.

Retrato de lo eterno | Manuel Álvarez Bravo

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Retrato de lo eterno | ©Manuel Álvarez Bravo

Doveva essere una festa meravigliosa. Per l’occasione ho comprato un vestito lungo di seta che costava una fortuna. L’ho indossato e mi sono sentita subito speciale. Dopo aver messo un filo di trucco, ho iniziato a pettinarmi con cura i capelli. Sono anni che non li porto così lunghi – quando mi specchio mi pare di vedermi bambina.

Ho preso a spazzolarli lentamente, ciocca dopo ciocca, proprio come faceva mia madre. Sono incappata nel primo nodo. Poi ne ho trovato un secondo, un terzo, un ciuffo incastrato nell’orecchino. Di colpo mi sono sentita un unico groviglio di capelli e di pensieri. Anche la bellezza del vestito è sbiadita in un momento. Non c’era nulla di speciale. Ho detto a Pablo che non mi sentivo bene e sono rimasta chiusa in casa.

Lo so, era la festa perfetta e quest’ora tutti si staranno divertendo come matti. Ma come sarei potuta uscire con questi nodi per la testa?

Photo for Spiral City IV | Melanie Smith

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Photo for Spiral City IV | ©Melanie Smith

Mi sono perso nella mia città. Giro a destra e c’è una casa, un quadrato grigio cenere. Al suo fianco c’è un’altra casa, un altro quadrato, poi un altro ancora, tutti dello stesso colore, così fino alla fine della via. La mia casa non è qui. Svolto veloce, questa volta a sinistra. E rieccomi nella via di prima. Un quadrato grigio cenere, uno identico al suo fianco, si moltiplicano senza sosta. Mi chiedo se dentro tutte queste case ci siano gli stessi oggetti nella stessa identica posizione. Forse le librerie hanno gli stessi libri, posizionati sullo stesso scaffale e nello stesso ordine. E se anche le serrature fossero uguali, e ogni chiave aprisse ogni porta? Giro a sinistra, un’altra fila di quadrati grigio cenere. Provo ad aprire il portone della casa più vicina. Tre giri a destra, la porta si apre, io entro. C’è lo stesso tappeto, la stessa lampada, le stesse scale, lo stesso divano, lo stesso portaombrelli, gli stessi quadri di casa mia. Un uomo sta bevendo un caffè. Tiene in mano una tazza identica alla mia, e indossa le mie stesse scarpe, i miei stessi pantaloni, il mio stesso maglione.

Vorrei urlare il mio nome, ma se poi dovesse girarsi?

Locker Lutteurs | Wolfgang Tillmans

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Locker Lutteurs | ©Wolfgang Tillmans

Sam: «E anche questa settimana è finita, George! Non vedo l’ora di bermi una birra fresca.»

Silenzio.

Sam: «Si può sapere che ti prende? Perché te ne stai tutto zitto?»

George: «Hai notato che il 1320 non si fa vedere da una settimana?»

Sam: «No, ma ho notato che è venerdì. Voglio uscire di qui e bermi subito una birra.»

Silenzio.

Sam: « E chi sarebbe questo 1320?»

George: «È quello che lavora nel reparto 7. Magro, alto, sulla quarantina. Ha un accento strano, deve essere del Nord.»

Sam: «Forse ho capito. È quello che sta nel reparto 2 con Jack?»

George: «No, perdio, ti ho appena detto che lavora nel 7!»

Sam: «Allora non ne ho idea. Comunque sei il solito paranoico. Sicuro c’era in questi giorni e tu non l’hai visto.»

George: «Ti dico che è una settimana che non viene a lavoro. Il mio armadietto è di fianco al suo e ci incrociamo tutte le mattine. È rimasta solo la sua divisa appesa lì, come uno straccio.»

Silenzio. Sam guarda l’orologio.

Sam: «Ma di che ti preoccupi – vedrai che lunedì torna. Dove vuoi che sia andato? Su, usciamo di qui che è venerdì.»

Silenzio.

George: «Va bene, andiamo. Beviamoci una birra che è meglio.»

Gato en la jungla | Gabriel Orozco

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Gato en la jungla | ©Gabriel Orozco

Qualcuno si sta prendendo gioco di me molto bene. Eppure io non ho mai avuto da dire con nessuno. Sono un tipo tranquillo e silenzioso. Lavoro in questo supermercato da 3 anni, 4 mesi e 27 giorni: lo conosco come le mie tasche. Ho il compito di ordinare la merce sugli scaffali. Lo faccio con cura, sempre attento a controllare e ricontrollare che tutto sia al suo posto.

Ti sembrerà una cosa da niente, ma da una settimana c’è qualcuno che sposta le cose.
Lunedì i pelati sono finiti tra gli assorbenti. Ho pensato fosse un caso.
Martedì ho trovato i pinoli al posto delle uova.
Mercoledì hanno cambiato i tappi delle marmellate. Vorrei sapere chi si è preso la briga di svitarle e riavvitarle una per una.
Ieri era giovedì, e le mozzarelle erano al posto della pasta fresca.

Stamattina ho trovato cibo per gatti tra i fagiolini in scatola. Sono scoppiato a piangere come un bambino.

Ho i nervi a fior di pelle. È difficile risistemare tutto velocemente. Credo che almeno per oggi sia tornato l’ordine. Mi sento già un po’ meglio.

Giochi in città

Fuori dai bordi

Huế, Vietnam

«Sono arrivati! Dai Cuc alzati, veloce!»

«Cosa?»

«Sono arrivati! Lascia il gessetto, giochiamo dopo. Se non ti sbrighi se ne vanno…»

«Quanti sono?»

«Due. Sono passati con le biciclette ma adesso tornano indietro, l’ho visto che ci guardavano.»

«Va bene, andiamo.»

[…]

«Sei la solita scema Ly. Lo vedi che non c’è nessuno su questa strada? Ci siamo solo io e te. Non l’hai ancora capito che per vederli bisogna andare sulle rive, alla città vecchia? Non gli interessa venire qui.»

«Ma ti giuro che li ho visti, erano in due.»

«Zitta Ly. Torniamo a giocare a cò cò che poi è ora di cena.»

[…]

«Eccoli! Sono arrivati!»

«Ma la vuoi smettere?»

«Eccoli! Halloooooo! Hallooooo! Girati, veloce!»

«Hello!»

«Hai sentito? Visto che avevo ragione! Dai, di’ qualcosa!»

«Hallooooo! Your name?»

[…]

«Ma cosa hai detto Cuc? Perché li hai mandati via!»

«Se ne sono andati e basta. Te l’ho detto, qui non c’è niente. Saranno tornati alla città vecchia.»

[…]

«Giochiamo?»

«Giochiamo.»

Vecchi cortili

Fuori dai bordi

@newtopograffics

Di solito giocavamo nei lunghi pomeriggi d’estate, quando la mamma non ci lasciava uscire perché faceva troppo caldo. Allora noi prendevano la palla, tu ti mettevi davanti alla finestra e io tiravo più forte che potevo. Il portiere lo facevi sempre tu perchè io ero troppo piccolo e mi sarei fatto scappare la palla. Una volta ho insistito così tanto che hai ceduto. Mi sono messo in porta, spalle alla strada, e mi sentivo grande come te. Solo che hai tirato troppo forte, o forse è colpa mia che mi sono distratto, e la palla è scivolata via. Due rimbalzi sordi e si è accasciata nel balcone di sotto. La mamma non ha voluto comprarcene un’altra perché la scuola stava per iniziare.

Fa caldo oggi. Io non posso uscire e l’estate non finisce più. Dalla finestra vedo la palla, ancora lì, sempre più sgonfia. Tu te ne stai chiuso in camera e tra poco te ne andrai dai tuoi amici. Di me non ti importa più niente. Eppure ci divertivamo tanto. E poi me l’avevi promesso che saresti andato a recuperare la palla sul balcone.

Perchè non vuoi più giocare con me?

[Questa storia è stata pubblicata per la prima volta su BasiclyMag]

Tende arancioni

Fuori dai bordi

Photo by @quarantadue_

Ho provato a convincere l’intero palazzo: quattro piani, tre appartamenti ciascuno. Ho bussato a ogni porta, carico come un mulo, chiedendo di appendere le mie tende arancioni. Solo per una mattina, li ho rassicurati uno per uno, poi sarei venuto a ritirarle e avrei tolto il disturbo. Gli inquilini più giovani hanno preso i soldi e hanno accettato senza fare domande. I più duri da convincere sono stati gli anziani: temevano fossi un pazzo o un truffatore. Solo il signore dell’ultimo piano non ne ha proprio voluto sapere. Ha ascoltato la mia proposta da dietro lo spioncino e mi ha urlato di andarmene, altrimenti avrebbe chiamato la polizia. Undici balconi su dodici: potevo comunque ritenermi soddisfatto.

Stamattina mi sono svegliato all’alba, ancora dormivi e non ti sei accorta di niente. Sono sceso in strada a guardare la casa color arancio. Peccato per l’ultimo piano spoglio e per qualche fessura qua e là. Ma pazienza; pazienza anche per le ringhiere sporche che spuntano sotto le tende. Il colore del tramonto era lì, davanti ai miei occhi.

Sono salito in casa, mi sono rinfilato sotto le coperte al tuo fianco. Finalmente ti sei svegliata. Ti ho guardato aprire le imposte e ho aspettato un tuo sorriso. Un tuo urlo di gioia. Ti ho aspettato a letto. Ma te ne sei andata a bere il caffè in cucina, senza dire una parola.
Forse ti sei scordata dei nostri sogni color arancio. O forse tutto questo non è mai stato abbastanza.

 

[Questa storia è stata pubblicata per la prima volta su BasiclyMag]