Vita di vetro

Fuori dai bordi

Plaza Omotesando Harajuku, Tokyo

Tokyu Plaza Omotesando Harajuku,
Prima scala,
Immobile nel solito punto.

Passa una ragazza con le scarpe rosse come Dorothy. Si muove leggera e pure a me sembra di volare. Un’ombra bianca mi sfiora la mano, camminiamo insieme: un passo, due passi. Poi arriva un ragazzo vestito di giallo, ride di gusto. In un attimo mi ritrovo con la sua maglietta mentre lui sparisce con la mia giacca grigia. Me la presta una, due, mille volte lassù. Ma non è mai uguale, sai?

Ieri sono rimasto un’ora su queste scale. Immobile, mentre in quel vetro indossavo mille vite diverse. Mi sembra di averti incrociato, per un attimo. Portavi una gonna bianca, giusto? O forse faccio confusione, ieri avevi un vestito a righe.

Qualcuno mi urta e crepo in mille pezzi.
La giacca grigia, i piedi chiusi nelle scarpe di pelle.
Scendo le scale,
non esisto più.

Tokyu Plaza Omotesando Harajuku,
Prima scala,
Immobile nel solito punto.
Domani torno.
Tu ci sarai?

Selfie a Ranakpur

Fuori dai bordi

Ranakpur, India

Eccoci al tempio di Ranakpur. Siamo qui per pregare, come ogni anno. Quando ero bambina mia madre prendeva me e mia sorella per mano e ci guidava tra le mille colonne di marmo; ognuna con la propria storia, la propria divinità incisa. Una volta i miei genitori si sono inginocchiati per pregare e io ho cominciato a camminare, saltando solo all’ombra delle colonne, finché li ho persi di vista. Mi sono spaventata a morte nel labirinto di Ranakpur.

Ora che ho quindici anni, le colonne, le loro luci e le loro ombre non mi fanno più paura. So come muovermi nel tempio. Quest’anno per la prima volta mio padre mi ha lasciato indossare il sari rosa. È bellissimo e la gente non smette di guardarmi.

Mi allontano da mia sorella, lei prega ancora con i miei genitori, e trovo un angolo tutto per me. Mi siedo a gambe incrociate. Qualcuno continua a guardarmi da lontano, lo sento.

Mi domando se questo sari mi stia bene per davvero…

Tiro fuori il telefono. Scatto una foto.

Sì, mi sta davvero benissimo.

Ma ho dimenticato come pregare.

Untitled (Nothing to do in Suburbia) | Bill Owens

Art Stories

Untitled (Nothing to do in Suburbia) | ©Bill Owens

Io e Jane siamo migliori amiche da sempre. Siamo cresciute insieme. Le nostre mamme sono amiche da quando sono piccole, e i nostri papà erano in classe insieme al College. Non so se si siano sposati prima i miei genitori o quelli di Jane. Comunque le nostre mamme sono rimaste incinta praticamente nello stesso momento. Io sono nata il 17 di giugno. Due giorni dopo è nata Jane.

Siamo in classe insieme, facciamo i compiti insieme, guardiamo la televisione insieme. Quando eravamo bambine giocavamo un pomeriggio nel mio giardino e uno nel suo. Adesso in cortile ci stiamo meno. Preferiamo prendere le nostre biciclette – la mia è bianca, quella di Jane è nera – e girovagare per la città.

Per tanto tempo ci hanno chiesto se eravamo sorelle o gemelle. Noi rispondevamo di sì e tutti ci credevano. Eravamo alte uguali e avevamo lo stesso colore di capelli.

Poi Jane è diventata mora ed è cresciuta all’improvviso.
Nessuno ci chiede più se siamo sorelle. Tutti credono che Jane sia più grande.

Magari mi faccio mora. Speriamo di crescere veloce, così io e Jane torniamo le sorelle di sempre.

Untitled (New York), 1972 | Helen Levitt

Art Stories

Untitled (New York), 1972 | ©Helen Levitt

Emily: «Dici che ci hanno visto andare di qui?»

Jamie: «Non credo, erano parecchio indietro.»

Emily: «Li vedi? Arrivano o no?»

Due secondi di silenzio. Jamie riprende fiato.

Jamie: «Io non vedo nessuno.»

Emily: «Oddio, cosa facciamo se arrivano?»

Rebecca: «Shhh, stai zitta Emily.»

Emily: «Secondo me adesso arrivano, ci prendono e ci portano via tutto. Jamie, li vedi?»

Jamie: «Mmm, io non vedo niente. Se però non chiudi quella bocca finisce che ci sentono e perdiamo tutto per davvero.»

Rebecca: «Jamie, nascondo la refurtiva sotto il cuscino. Così se arrivano almeno non lo trovano. Datemi una mano, voi due!»

Emily: «Ma allora è vero che arrivano! Adesso ci catturano tutti e siamo finiti!»

Valerie crying, Paris | Nan Goldin

Art Stories

Valerie crying, Paris | ©Nan Goldin

Ancora non riesco a crederci. Sono corsa via senza nemmeno salutarlo. Avresti dovuto vedere la faccia di Marcel: pietrificato. Poi ha iniziato a urlare «Valerie! Torna indietro! Valerie!» Se mi avesse rincorso, probabilmente saremmo ancora seduti adesso a quel tavolino. Gli avrei chiesto scusa e sarebbe finita come tutte le altre volte. Ma non mi ha inseguito – figurati, orgoglioso com’è neppure si è alzato dalla sedia.

Ho preso subito un taxi e mi sono fatta portare qui. Avevo proprio bisogno di una doccia calda. Mi sistemerò presto e toglierò il disturbo. Sì, lo so che posso stare tutto il tempo che voglio, grazie, ma non resterò a lungo.

Se Marcel mi vedesse fumare! Gli ho sempre mentito. Non mi andava di litigare anche per questa cosa. Se ti dà fastidio l’odore in casa, dimmelo che la spengo. Guarda il fumo come evapora veloce. È un po’ come le persone, non credi? Ci bruciano la testa e poi evaporano.

Scusami, sto straparlando. È meglio che stia zitta. Finisco la sigaretta e chiudo la persiana. Al buio le cose evaporano ancora più veloce.

Still life with arm | Annika von Hausswolff

Art Stories

Still life with arm | ©Annika von Hausswolff

«Emma! Dove sei? Emma?»

Ecco, è arrivato mio fratello a cercarmi. Grida il mio nome di continuo, saltellando come un grillo nel prato.

È preoccupato, lo sento dalla voce. Un po’ mi dispiace non alzarmi e rispondergli: «Tommy, sto bene». Penserà che mi sia persa nel bosco, o che sia scivolata su uno dei sassi vicino al ruscello. Quanto si starà maledicendo per non avermi aspettato…

Effettivamente Tommy ha ragione: sono caduta. Non sono sicura come, devo essere inciampata con il piede sinistro su una radice. Se così non fosse, sarei a correre con lui e non qui sdraiata nell’erba.

La verità è che non mi sono fatta niente. Solo mi piace stare quì. Mi ero dimenticata di quanto fosse bello guardare le nuvole in cielo.

Forse dovrei chiamare Tommy e dirgli di sdraiarsi al mio fianco.

«Emma? Dove sei? Emma!»

Aspetto ancora cinque minuti. Poi lo chiamo.